Loading...

Tag: recruiting

startup team

Come costruire il team perfetto per la tua startup in 4 passi

Il team è sicuramente uno dei capisaldi per il successo di una startup: ecco alcuni consigli utili per costruirlo nel modo migliore.

Avviare una startup da zero e portarla al successo è un’esperienza che può essere allo stesso tempo eccitante e stressante: i founder affrontano una vasta gamma di sfide e ostacoli prima di arrivare in cima, e per questo motivo la scelta delle persone che comporranno il team è fondamentale.

Ma come bisogna muoversi per costruire il team perfetto per una startup? A questa domanda ha provato a rispondere il portale GoodVitae, da cui oggi prendiamo spunto per 4 utili consigli sul tema.

1. Allinea la cultura aziendale agli obiettivi

Avere una cultura aziendale ben definita è il primo passo da compiere, quindi bisogna allineare alla cultura prescelta degli obiettivi coerenti.
In questo modo, quando dovrai scegliere i componenti della tua squadra avrai ben chiaro che tipo di persona è più adatta al progetto e alle sue finalità.

2. Scegli persone più intelligenti di te

Inevitabilmente, avrai bisogno di ricoprire delle posizioni all’interno del team con competenze specialistiche ben precise: in queste posizioni è fondamentale mettere delle persone più possibile intelligenti e competenti, in modo tale che riescano a svolgere un buon lavoro per la startup e che aiutino gli altri membri della squadra ad imparare qualcosa di nuovo.

3. Crea una squadra diversificata

Che si tratti di una piccola startup o di una grande azienda affermata, la diversificazione del team è fondamentale: in un team variegato avrai a disposizione un mix di abilità, competenze, punti di vista e il lavoro sarà più costruttivo e stimolante per tutti.

4. Sii sempre meticoloso

Poichè nella maggioranza dei casi una startup ha a disposizione risorse limitate, c’è un margine di errore davvero ridotto: fai uno sforzo in più per conoscere meglio le persone prima di inserirle in squadra, poi prenditi il tempo necessario per l’eventuale formazione. In questo modo, eviterai di ritrovarti alle prese con spiacevoli situazioni.

Se la tua startup ha bisogno di assumere qualcuno, scopri quali sono gli errori da evitare nell’attività di recruiting.

 

Startup e Recruiting: 5 errori da evitare quando cerchi di espandere il tuo team

Consigli utili e cosa evitare quando sei alla ricerca di nuovi membri per il team della tua startup.

L’attività di recruiting, ossia l’assunzione di nuovo personale in azienda o di nuovi membri per il team di una startup, è molto più delicata e cruciale di quanto a volte startupper e imprenditori sono portati a immaginare: scegliere le persone giuste da portare in squadra può davvero fare la differenza e portare più facilmente l’azienda al successo.

Per questo motivo, è fondamentale che una startup agli inizi del suo percorso sappia bene come affrontare la ricerca di nuovi membri per ampliare il team: troppo spesso capita che il processo che va dalla pubblicazione degli annunci all’effettivo ingresso di un nuovo arrivato porti a un risultato diverso da quello che ci aspettavamo: ma come mai accade? E cosa bisogna fare (e non fare) per un recruiting efficace?

Prendiamo il caso più classsico: hai bisogno di una persona in più per la tua startup. Per prima cosa, metti insieme una job description accurata, poi pubblichi il tuo annuncio di lavoro attraverso i canali più opportuni. A quel punto, si parte con i colloqui e finalmente scegli la persona che pensi possa fare per te.

Dopo alcuni mesi di lavoro, però, ti accorgi improvvisamente che questa persona non è stata la scelta migliore per la tua startup o, peggio ancora, sta lavorando male e apportando danni al tuo progetto: ma come mai tutto questo accade?

Secondo un post pubblicato dal portale StartupTipsDaily con la firma di Stan Edom, il problema principale quando una startup non cresce risiede proprio nella scarsa esperienza e capacità di scegliere le persone più adatte per il team: il recruiting rappresenta una vera e propria sfida per una giovane impresa, ma anche per le aziende più avviate può essere difficile.

5 errori di recruiting che fanno startup e imprese consolidate

1) Una job description non chiara

Una delle criticità maggiori che si possa incontrare è non riuscire a definire il lavoro prima di iniziare la ricerca: questo può portare ad assumere il candidato sbagliato.
Per fare la scelta giusta è fondamentale avere un’idea chiara di ciò di cui hai bisogno.

2) Non approfondire le competenze

A volte si rischia di assumere una persona senza essersi accertati pienamente che abbia tutte le competenze necessarie. Qualsiasi processo di recruiting che non sia basato prima di tutto sulle competenze è potenzialmente destinato al fallimento.

3) Assenza di politiche di assunzione

Questo aspetto riguarda maggiormente le aziende già consolidate, ma va tenuto in considerazione anche dalle startup: prima di iniziare la ricerca di nuovi dipendenti e collaboratori, è necessario predisporre accuratamente le politiche di assunzione, anche negli aspetti fiscali.

4) Fare affidamento sulla prima impressione

Non bisogna incappare nell’errore di affidarsi alla prima impressione sul candidato, senza verificare che effettivamente sia in possesso dei requisiti richiesti in termini di competenze e capacità per la mansione e le responsabilità che ad essa competono.

5) Recruiter non professionisti

Gli incarichi inerenti la gestione delle risorse umane, comprese le attività di recruiting e selezione, devono essere affidate a professionisti del settore: se la startup non ha al suo interno un recruiter, è bene individuare un’agenzia di recruiting competente e affidabile con cui collaborare per l’intero processo.

Le potenzialità del crowdsourcing per il mercato italiano

Il crowdsourcing è un nuovo modello di business aziendale con cui un’impresa affida la progettazione, la realizzazione o lo sviluppo di un progetto, un’idea o un bene immateriale ad un insieme indefinito di persone (dall’inglese “crowd“, folla). Si tratta quindi di una forma di esternalizzazione delle attività, resa possibile dalla diffusione di internet: il meccanismo è infatti basato sull’esistenza di portali on-line che organizzano delle open call presentate alla community di iscritti. La community vede da un lato volontari, intenditori del settore e freelance, interessati ad offrire i propri servizi sul mercato globale, e dall’altro le aziende (grandi marchi, piccole e medie imprese, startup) che intendono affidare all’esterno parte delle proprie attività.

In materia di crowdsourcing, si segnala la risposta del Ministero del Lavoro all’interpello n. 12/2013 del 27 marzo 2013 avanzato da Confindustria, incentrato sulla questione dell’autorizzazione preventiva prevista dagli articoli 4 e 6 del D. Lgs n. 276 del 10 settembre 2003: il quesito è finalizzato a capire se tale autorizzazione debba essere richiesta o meno dai gestori di portali che svolgono attività di crowdfunding.
L’autorizzazione prevista dall’art. 4 riguarda le Agenzie del Lavoro, che svolgono attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione del personale e supporto alla ricollocazione del personale; mentre l’art. 6 si riferisce ai gestori di siti internet che svolgono attività di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro.

La risposta del Ministero del Lavoro si basa sul presupposto che il crowdsourcing si differenzia dal tradizionale outsourcing perchè nella prima ipotesi la realizzazione del progetto o la soluzione del problema viene affidata ad un gruppo indeterminato di persone e non ad uno specifico soggetto, come accade invece nel secondo caso.
Sulla base di tale presupposto, la scelta di affidare l’attività non si basa sulla valutazione dell’individuo e delle competenze in possesso di quest’ultimo, bensì sulla soluzione che l’individuo offre all’azienda in risposta alle esigenze di quest’ultima: il parere del Ministero è che l’attività di crowdsourcing porta in genere alla conclusione di contratti di natura commerciale (come la compravendita o l’appalto), e non di contratti di lavoro (siano essi di natura subordinata, autonoma o parasubordinata).

Per cui, la conclusione è che l’attività di crowdsourcing che comporti la stipula di contratti di natura commerciale non rientra nei casi in cui è necessario richiedere l’autorizzazione prevista dagli art. 4 e 6 del D. Lgs n. 276/2003.
Il Ministero specifica anche quando tali autorizzazioni sono invece necessarie: si tratta di quei casi in cui la piattaforma di crowdsourcing svolge attività di ricerca e selezione del personale che portano alla conclusione di contratti di lavoro. In tal caso sono inoltre previste due condizioni: che l’attività di ricerca e selezione sia svolta senza finalità di lucro, e che il sito renda pubblici i dati identificativi del legale rappresentante.

La risposta del Ministero del Lavoro è un passo avanti nella risoluzione dei dubbi e delle problematiche relative ai portali di crowdsourcing gestiti da società italiane, anche se non tocca in alcun modo i portali esteri che svolgono tale attività in Italia.

In ogni caso, il crowdsourcing come modello di esternalizzazione è un argomento molto interessante per le startup: è strettamente connesso alle tecnologie digitali, è basato sulla filosofia open source e può rappresentare un metodo di recruiting veloce ed economico che consente alle aziende di incontrare un gran numero di potenziali collaboratori. Si tratta inoltre di un mercato in fase di crescita in Italia, che può offrire possibilità non solo sotto forma di nascita di nuovi portali ma anche con lo sviluppo di app per il crowdsourcing.

In materia di portali, ultimo nato nel settore è Starbytes.it, la piattaforma di Reply dedicata a freelance e professionisti del digitale (in particolare creativi e designer). Il portale, attivo da aprile 2013, raccoglie tre categorie di progetti: Grafica e creatività, Prodotti e servizi digitali, Prodotti integrati. Il vantaggio di rivolgersi ad un portale italiano che opera esclusivamente sul territorio nazionale sta nel fatto che riduce la concorrenza: sono escluse le proposte provenienti da paesi in cui il costo della vita è più basso, che richiedono compensi inferiori.

Tra i portali di crowdsourcing italiani che mettono in contatto freelance e aziende ricordiamo anche altri esempi:

Zooppa, nata nel 2007 come startup incubata in H-Farm. Lavora soprattutto con contest lanciati da grandi marchi, in cui è la community stessa a decretare il vincitore.

UserFarm, marketplace per videomakers, nasce a Roma nel 2009. Tra le società che propongono i contest ci sono top brand, grandi aziende, network televisivi, organizzazioni di beneficenza e agenzie di comunicazione digitale.

BestCreativity, nata nel maggio 2010, dedicata alla community di designer e creativi. I progetti rientrano in categorie come Disegno grafico, Disegno web, Disegno industriale e Cpywriting.

Come accennato, negli ultimi tempi stanno nascendo anche sul mercato italiano delle app riguardanti il crowdsourcing. I due esempi più recenti sono AppJobber e Be My Eye. Entrambe le app offrono agli utenti la possibilità di accedere ad un elenco di microlavori da svolgere nel tempo libero via smartphone: alcuni possibili esempi sono convalidare indirizzi/orari di apertura di esercizi commerciali, fotografare luoghi ed eventi specifici, confrontare prezzi esposti, attività di mistery shopping, controllo di affissioni pubblicitarie, ecc.
Le app di crowdsourcing per microlavori sono un fenomeno in crescita in Europa: ApJobber, ad esempio, funziona in Germania già dal 2011 ed è attualmente presente, oltre che in Italia, anche in Austria, Svizzera e Finlandia.

Napoli, 03 maggio 2013