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Tag: investimenti

Approfondimenti: il Crowdfunding in Italia

 Il crowdfunding  è un sistema di finanziamento “dal basso” che prevede il ricorso alla collaborazione della “folla” (crowd) per la raccolta di fondi finalizzata a sostenere la realizzazione di progetti, idee ed iniziative di vario genere. La raccolta viene effettuata attraverso appositi portali on line, delle vere e proprie piattaforme destinate all’incontro tra coloro che richiedono finanziamenti e coloro che li erogano.

Quello del crowdfunding è un tema di grande attualità: proprio oggi si chiudono infatti le consultazioni aperte un mese fa dalla Consob, sulla base delle quali verrà emanato il Regolamento in materia di crowdfunding previsto dal Decreto Sviluppo bis (argomento al centro di questo articolo pubblicato qualche settimana fa nel nostro blog).
Il Regolamento della Consob sul Crowdfunding farà dell’Italia il primo Paese europeo a dotarsi di una normativa nel settore, nella quale si prevede di dare grande rilevanza all’Equity crowdfunding: si tratta di un’occasione molto importante per dare un quadro di riferimento ai finanziamenti di nuove idee imprenditoriali. L’Equity crowdfunding è infatti il sistema di finanziamento dedicato alla partecipazione di investitori nel capitale delle startup: l’auspicio è che la normativa preveda un sistema chiaro, accessibile a tutti e che vada a preservare gli investitori meno esperti, garantendo al tempo stesso un quadro di riferimento che possa aumentare l’accesso ai finanziamenti per le nuove startup del panorama imprenditoriale nazionale.

Per capire meglio di cosa si tratta, analizziamo innanzitutto i diversi modelli di crowdfunding:

Reward-based: si tratta di donazioni in cambio delle quali si ottengono premi o riconoscimenti di varia natura, che possono essere materiali (come ad esempio il pre-ordine di un prodotto non ancora sul mercato) oppure intangibili (come un “grazie” sul sito web). Si tratta della tipologia di piattaforme di crowdfunding più diffuse, di cui il più noto esempio è Kickstarter.

Equity-based: è il modello basato su azioni finanziarie, che prevede l’acquisto di azioni del capitale di una startup. In genere la piattaforma stabilisce un periodo di tempo e una somma target da raggiungere, che viene suddivisa in migliaia di parti uguali corrispondenti alle singole offerte.

Microfinanza: si tratta di microprestiti in cui i servizi finanziari sono offerti a clienti con bassi redditi che normalmente non riescono ad accedere ai canali di finanziamento bancari, spesso gestito da un intermediario locale.

Social lending: è il prestito sociale o peer-to-peer, che avviene tra persone (senza l’intercessione di un intermediario finanziario) e a tassi di interesse più bassi rispetto a quelli del sistema bancario.

Donazioni: si tratta di piattaforme di raccolta fondi per il no profit, grazie al quale è possibile finanziare enti e associazioni o iniziative di utilità sociale e culturale.

In Italia la situazione del crowdfunding è stata recentemente analizzata in occasione di Crowdfuture, conferenza sul futuro del crowdfunding in Italia, durante la quale sono stati diffusi i dati di un report sulle piattaforme italiane di crowdfunding.
Dal Report si ricava prima di tutto la composizione del mercato del crowdfunding in Italia: si contano, al 10 aprile 2013, 21 piattaforme attive e altre due ancora in fase di lancio. La maggior parte delle piattaforme appartengono al modello Reward-based (12 piattaforme, corrispondenti al 52,2% del totale), seguono le piattaforme dedicate alle Donazioni (7, corrispondenti al 30,4%), due piattaforme Equity-based e due Social Lending (ciascuna corrisponde al 8,7%).

Tra le piattaforme Reward-based italiane, ritroviamo la partenopea DeRev, tra le startup vincitrici della nostra competition VulcanicaMente: è una piattaforma che si rivolge a progetti e idee innovative e creative che riescono a risolvere un problema o fornire un nuovo prodotto in grado di migliorare la vita delle persone e della comunità. Si tratta quindi di idee e progetti con una forte propensione al sociale, nella maggior parte dei casi in campo artistico e culturale.
DeRev offre un servizio di crowdfunding a chi fa parte della community, che può essere di varie tipologie (All or nothing, Keep it all e Fundraising, a seconda della presenza o meno di target prefissati in termini di durata e di somma da raccogliere), tutte afferenti al modello Reward-based in quanto prevedono una “ricompensa”.

Le altre piattaforme italiane di crowdfunding elencate nel report e afferenti al modello Reward-based sono: Boomstarter, Com-Unity, Crowdfunding-Italia, Eppela, Kapipal, Produzioni dal Basso, Starteed, Finanziami il tuo futuro, Kendoo, Cineama, Musicraiser.

Tra le piattaforme che si occupano della raccolta di Donazioni, invece, nasce a Napoli nel 2010 Fund For Culture, piattaforma on line nata allo scopo di promuovere l’innovazione sociale nel settore culturale. Il progetto si rivolge, quindi, da un lato a coloro che sono in cerca di fondi per realizzare un’iniziativa culturale e, dall’altro, al mondo dei donatori in Italia che vogliano sostenere la cultura nel territorio. Il crowdfunding messo in pratica da Fund For Culture è quindi a fondo perduto per gli investitori. La piattaforma Fund For Capital ha all’attivo il Kublai Award 2011 ed è stata tra i finalisti di Working Capital 2011.

Le Donazioni rappresentano il modello di crowdfunding con il rapporto più alto tra progetti presentati e finanziati: ben 130 progetti finanziati su 176, per un totale di 245.000 euro raccolti ed erogati grazie al crowdfunding.
Le altre piattaforme di Crowdfunding italiane che applicano il modello delle Donazioni sono: BuonaCausa, Iodono, Pubblico Bene, Retedeldono, ShinyNote, Terzo Valore.

Il report prosegue con le due piattaforme italiane dedicate al Crowdfunding Equity-based: si tratta, come abbiamo detto, del modello di raccolta dei capitali più idoneo per le startup, che in Italia è ancora relativamente poco diffuso rispetto ai primi due modelli analizzati. Abbiamo già accennato all’attuale situazione del sistema di Equity crowdfunding italiano, che è in attesa di regolamentazione: nel frattempo, il report evidenzia come ad oggi le piattaforme Equity-based siano le meno diffuse in Italia, anche dal punto di vista del numero di progetti ricevuti e finanziati. Le piattaforme Reward-based, infatti, hanno ricevuto 1.522 progetti e ne hanno finanziati con successo 242, mentre il Crowdfunding Equity-based ha finanziato 8 progetti sui 110 ricevuti, per un valore totale pari a due milioni di euro.

Le due piattaforme Equity-based attualmente operanti sul mercato italiano indicate dal report sono SiamoSoci (marketplace per startup non quotate in cerca di investitori, che attualmente collabora con Working Capital di Telecom Italia) e We Are Starting (piattaforma di recente creazione, nata nel marzo 2013).

Ultimo modello di crowdfunding attualmente presente nelle piattaforme italiane è quello di Social Lending, detto anche P2P (Peer-to-Peer). Il cosidetto prestito sociale ha finanziato circa il 35% dei progetti ricevuti, con 1.855 finanziati su 5.313 per un totale di oltre 10 milioni di euro.
Le due piattaforme italiane di Social Lending sono Prestiamoci e Smartika: la prima nasce nel 2010, ed è un marketplace in cui si incontrano Richiedenti e Prestatori.
Un aspetto molto importante è la diversificazione del portafoglio di progetti in cui ciascun prestatore investe, un meccanismo che consente di controllare al meglio il rischio.
Anche Smartika è strutturata come una piattaforma di incontro tra Prestatori e Richiedenti, e prevede un meccanismo di diversificazione del portafoglio di investimento simile a quello di Prestiamoci. Nata in origine come Zopa, la sua attività è stata interrotta nel 2009 dopo alcuni mesi di lavoro per problemi inerenti alla mancanza di Autorizzazioni. Da circa un anno, ottenute le Autorizzazioni in questione, il team di Zopa ha ripreso la propria attività con la piattaforma Smartika.

Il Report include anche l’analisi delle criticità del sistema di crowdfunding italiano: prima di tutto, evidenzia l’attuale situazione di scarsa chiarezza del quadro normativo, ma come sappiamo tale aspetto è attualmente in via di definizione. Si riscontra inoltre una mancanza di cultura del crowdfunding e difficoltà nella promozione e comunicazione delle piattaforme. Infine, l’attuale sistema di pagamento presenta delle difficoltà tecniche.

Ciò nonostante, si riconosce una grande vivacità nel mercato di crowdfunding italiano: si tratta di un sistema che sta maturando facendosi via via più complesso e articolato, ma mantenendosi comunque in una situazione di crescita controllata.
Si evidenzia inoltre una maggiore attenzione alla necessità di diffusione della conoscenza di questo importante strumento a fasce sempre più ampie della popolazione: lo dimostra l’aumento degli eventi sul crowdfunding in tutto il territorio nazionale.
Tutti questi aspetti fanno ben sperare per l’evoluzione e la diffusione del crowdfunding in Italia, visto da più parti come uno strumento fondamentale per la nascita di progetti basati sull’innovazione e sulla sostenibilità che possano guidare i nuovi imprenditori verso il futuro e il cambiamento: restiamo in attesa del Regolamento della Consob per capire quali saranno le evoluzioni.

Per saperne di più, il Report è disponibile al seguente link: http://www.slideshare.net/crowdfuture

Napoli, 30/04/2013

“Non costruiamo barche, costruiamo portaerei”: l’approccio di Rocket Internet alle startup

Dopo i consigli di Richard Branson su come convincere gli investitori a finanziare la propria startup, prendiamo spunto dall’intervista pubblicata ieri da VentureBeat per capire come lavorano a Rocket Internet, il Venture Builder on line con sede a Berlino fondato dai fratelli Samwer che lavora oggi in oltre 40 paesi del mondo.

Jon Soberg, partner di Blumberg Capital (società di Venture Capital specializzata in investimenti nel settore ITC e dei servizi) ha intervistato il co-fondatore di Rocket Internet Oliver Samwer in occasione di un incontro di due diligence tra i due.
Samwer racconta come è nata Rocket Internet partendo dagli anni Novanta, quando durante i suoi studi in America ha conosciuto la realtà startup della Silicon Valley: resta profondamente colpito di come le persone avessero tantissime idee imprenditoriali innovative, e intuisce la potenzialità del web come strumento di condivisione delle idee: “Internet sembrava un immenso parco giochi dove poter esprimere le proprie business ideas“.

Tornato in Germania, decide di fondare insieme ai fratelli la propria società, iniziando a concentrarsi prima di tutto sul proprio Paese e lavorando duramente giorno dopo giorno. L’espansione della società a livello globale è il risultato di un lavoro quotidiano, che Samwer definisce come quello di un “Gigante silenzioso“: oggi lavorano con 55 startup, attive in tutti i continenti e con 20.000 dipendenti nel mondo.

Il modello di Internet Rocket è spesso definito con la parola “clone“: il loro lavoro è infatti quello di prendere modelli di business che funzionano in determinate situazioni e riproporli su scala globale. Samwer spiega il successo del modello di Rocket Internet partendo da un concetto di base: non basta avere una buona idea innovativa per ottenere il successo imprenditoriale. Il lavoro di Rocket Internet è infatti incentrato sull’execution: l’esecuzione dell’idea innovativa è la chiave del successo, è il modo in cui essa viene messa in pratica che fa la differenza.

Da qui passa a spiegare un altro aspetto che caratterizza l’approccio dei fratelli Samwer alle startup in cui decidono di investire: c’è un forte coinvolgimento, con incontri settimanali e partecipazione attiva al lavoro dei team. Questo approccio partecipativo, assieme ad una grande attenzione ai dettagli e alla convinzione che la chiave di ogni buon progetto sia accrescere la conoscenza, fa di Rocket Internet uno dei migliori Venture Builder d’Europa. Samwer spiega infatti che nella propria concezione di business non ha senso che il Venture Capitalist assuma l’atteggiamento di “un uccello che osserva dall’alto“, occorre lavorare fianco a fianco con le startup per ottenere buoni risultati.

L’intervista prosegue con il tema dei dipendenti: Samwer spiega che per ottenere i migliori risultati il loro approccio è quello di dare immediatamente delle responsabilità a chi entra in azienda. E’ questo secondo la Rocket Internet il modo migliore per far crescere i giovani professionalmente.

In chiusura, Samwer accenna al nuovo fondo di 150 milioni di euro che la società ha messo a disposizione di nuovi progetti di business ad alto potenziale nel settore del web: l’obiettivo del Global Founders Capital è quello di espandere l’attività della Rocket Internet in nuovi campi, tra cui  Big Data, viaggi e mobile apps, sulla scia delle illimitate possibilità che internet offre allo sviluppo sconomico globale.

Per informazioni su Global Founders Capital: http://www.globalfounders.vc/#intro

Napoli, 26 Aprile 2013

Il Turismo, nuova frontiera di sviluppo per le startup innovative in Italia?

In un paese come l’Italia, il turismo rappresenta sicuramente una delle potenziali fonti di ricchezza e, in quanto tale, un settore in cui può essere molto proficuo investire.
Appaiono molto interessanti le potenzialità di applicazione delle tecnologie digitali e dell’ICT nel settore, tanto che da tempo si parla di Turismo 2.0 come nuova e promettente opportunità per il sistema economico nazionale.
Basti pensare alle grandi possibilità di sfruttare le ICT e il digital per ottimizzare la comunicazione dell’offerta turistica, da parte degli operatori privati ma anche e soprattutto delle amministrazioni pubbliche: le nuove tecnologie applicate al Destination Management consentirebbero di spaziare in nuovi orizzonti nella costruzione e comunicazione dell’immagine turistica del territorio.
L’innovazione tecnologica, in campo turistico, passa anche da tutto ciò che riguarda la sostenibilità, la qualità della vita e il rispetto per l’ambiente: ecco perchè energie green e smart city sono sicuramente concetti connessi al turismo, in quanto migliorano l’attrattività dei territori sia per cittadini e imprese che per turisti e visitatori.

Attualmente le startup innovative nel settore sono ancora molto poche, basti pensare che secondo i dati recentemente diffusi da Infocamere, tra le startup iscritte al Registro delle Imprese solamente 3 fanno capo al settore turistico.
Sembra però che la situazione stia cambiando: innanzitutto a livello istituzionale, come dimostra il Bando Startup pubblicato dal MIUR nel mese di marzo. In ognuna delle tre linee di intervento destinate ai progetti innovativi di impresa, infatti, il turismo è inserito nell’elenco dei settori di intervento previsti dalla normativa. In particolare, per le linee 1 e 2 (Big Data e Cultura ad impatto aumentato) si parla genericamente di turismo, mentre per la linea 3 (Social Innovation Cluster) è previsto nello specifico il settore del turismo responsabile.
Da notare che nel Bando Startup si fa ampio riferimento anche alle energie green e a tematiche tipiche delle smart city: per la linea 1 si fa riferimento ai settori della mobilità e dell’energia, mentre per la linea 3 si parla di energie rinnovabili, sviluppo sostenibile e utilizzo efficiente delle risorse naturali; tutela dei beni culturali, paesaggistici e ambientali e soluzioni innovative per la qualità della vita.

L’incremento dell’interesse per il settore turistico si rileva anche in iniziative non istituzionali, come ad esempio nel recente bando per il Premio Marzotto: nella sezione “Premio Impresa del Futuro” sono messi in palio ben 250.000 euro per la migliore idea imprenditoriale che abbia un significativo impatto positivo in ambito sociale, culturale, territoriale o ambientale e il turismo è ancora una volta tra i settori di intervento preferibili elencati. Inoltre, anche da programmi di accelerazione come Working Capital e Mind The Bridge stanno venendo fuori esempi di startup innovative dedicate al settore turistico.

Tra le 12 startup presentate all’inaugurazione dell’edizione 2013 di Working Capital, ben due sono gli esempi connessi al turismo: CicerOOs, un motore di ricerca dedicato al mondo dei viaggi, e Map2app, software per la creazione di guide turistiche mobili.
Riguardo a Mind The Bridge, ha riscosso particolare successo il progetto Find your Italy, startup ospitata nell’acceleratore di impresa del Polo Tecnologico di Pavia, che ha vinto la borsa di studio per la scuola californiana di MTB ed è tra i finalisti della competition. Il suo progetto prevede la creazione di un network di persone ed esercizi commerciali locali che entrino in contatto diretto con il turista e lo accompagnino nel suo viaggio alla scoperta dell’Italia più autentica.

Un’altro esempio recente è dato della campagna per la promozione turistica e culturale dell’Isola di Malta lanciata dall’Ente del Turismo di Malta su web e mobile. La campagna prevede spazi pubblicitari sulle maggiori testate on line di RCS MediaGroup e Gruppo Editoriale L’Espresso e banner su mobile e su web. Su mobile è, inoltre,possibile consultare gratuitamente la Guida in formato PDF, realizzata con la collaborazione di Lonely Planet, e usufruire dell’applicazione “Visit Malta”.

La campagna è realizzata dalla 4w MarketPlace, startup dell’incubatore Digital Magics. Si tratta di un network pubblicitario italiano che gestisce campagne pubblicitarie sul web e tramite smartphone. Dal 2009 può contare su un accordo esclusivo con Premium Publisher Network, Consorzio fondato dal Gruppo Editoriale L’Espresso e da RCS MediaGroup – a cui hanno aderito RAI, La Stampa, ANSA, Gruppo Finelco, Class Editori e le principali testate locali. Dal 2011 è inoltre in possesso della certificazione come advertising provider di Facebook, che consente la vendita di pubblicità all’interno del social network. Infine, ha ricevuto nel 2012 un finanziamento di 2,5 milioni di euro da Principia SGR finalizzato al potenziamento dello sviluppo tecnologico.

Si tratta del caso più recente di una startup di successo che ha previsto l’applicazione delle tecnologie innovative al settore turistico: un campo che in Italia può offrire numerose e interessanti opportunità agli startupper.

Napoli 23/04/2013

The Lean Startup: l’approccio “snello” spiegato da Steve Blank

In un recente post pubblicato nel suo blog, Steve Blank introduce il suo articolo pubblicato nell’ultimo numero della Harward Business Review dedicato alla metodologia Lean per startup e a come l’applicazione di quest’ultima possa cambiare non soltanto l’andamento di un’impresa, ma addirittura possa avere ripercussioni positive sull’intero sistema imprenditoriale, fornendo una spinta importante per l’uscita dalla crisi economica mondiale.

Nella sua carriera di docente, imprenditore e founder di varie startup, Blank ha osservato quali fossero le cause di fallimento più frequenti per le startup e ha avuto l’intuizione di come queste in realtà non fossero quasi mai legate a caratteristiche del prodotto. Da qui, l’intuizione di analizzare meglio l’approccio “classico” di Product Development, per capire quali fossero i problemi. Tale approccio di avvio di un’impresa prevede un percorso “a cascata” che attraversa nell’ordine una serie di fasi: punto di partenza è la stesura del Business Plan, che viene proposto agli investitori. Segue l’organizzazione del team, il quale procede a sua volta alla creazione del prodotto, che viene poi immesso sul mercato. Blank osserva che in questo approccio deve esserci qualcosa che non funziona, visto che secondo le statistiche il 75% delle nuove imprese falliscono (Blank cita in proposito una ricerca condotta dalla Harvard Business School).

La sua conclusione è che il Business Plan non sia lo strumento più adatto ad un business in fase di avvio: secondo Blank, infatti, esso raramente sopravvive al primo contatto con i clienti. Il motivo è da ricercare prima di tutto nella pretesa di fare delle previsioni a lungo termine (il Business Plan prevede un piano quinquennale): il mercato oggi non consente più approcci del genere, è in continua evoluzione, e un piano del genere “è fantascienza”.
Altra learned lesson che Blank condivide con i lettori è che le startup non vanno considerate come versioni “in piccolo” delle grandi aziende: queste ultime devono concentrarsi per far funzionare il proprio modello di business già esistente, mentre una startup deve seguire un approccio differente, lavorare sull’iterazione e sul learning and discovery, migliorando di continuo il proprio prodotto sulla base dei feedback dei propri clienti.
Ragionando su queste intuizioni, Blank costruisce una definizione rivoluzionaria di startup che porterà al superamento del modello di Product Development, alla nascita del modello di Customer Development e in seguito alla definizione della metodologia Lean da parte di Eric Ries (imprenditore della Silicon Valley, studente di Blank e autore del manuale “The Lean Startup“): un’azienda in fase di startup è un organismo temporaneo, progettato per la ricerca di un modello di business ripetibile e scalabile.

A questo punto, Blank elenca i tre principi chiave di un approccio Lean adatto alle startup:

  1. Delineare le ipotesi. Piuttosto che impelagarsi in mesi di ricerca e progettazione per scrivere un intricato Business Plan pluriennale, i founder devono concentrarsi sul fatto che ciò che davvero conta è il primo giorno in cui testeranno la propria idea e le proprie ipotesi a riguardo: lo strumento più adatto è il Business Model Canvas, un diagramma che mostra come l’impresa crea valore per sè e per i propri clienti.
  2. Ascoltare i clienti. Secondo Blank le startup devono “uscire dal palazzo” e seguire il modello di Customer Development: esso consiste nell’incontrare i propri clienti e testare le proprie idee ed ipotesi. Con l’aiuto dei feedback ricevuti, i founder devono costruire in tempi brevi il “Minimum Viable Product“, la prima versione del prodotto, e immetterlo sul mercato per ricavare ulteriori feedback dai clienti. In questa fase, sono fondamentali la velocità e l’approccio “Agile“, che consentono di individuare eventuali modifiche da apportare (per le piccole modifiche si parla di iterazioni, per quelle più sostanziali di pivot).
  3. Sviluppo rapido e responsivo. Si identifica con il cosiddetto Sviluppo Agile, nato in origine nel settore dei software e applicato da Ries alle startup nel suo “The Lean Startup“. Lo sviluppo “Agile” lavora di pari passo con quello “Customer” garantendo un processo di sviluppo del prodotto iterativo ed incrementale che elimina gli sprechi di tempo e risorse tipici dei piani di produzione pluriennali. Si tratta in sostanza del processo che consente alla startup di creare il Minimum Viable Product con cui affacciarsi al mercato.

Attualmente, il metodo Lean di approccio alle startup si sta diffondendo sempre di più: Steve Blank spiega che attualmente sono più di 25 le Università che offrono corsi in materia, oltre ad alcuni corsi on-line. Sono sempre più numerose, inoltre, le organizzazioni e le iniziative dedicate, come Startup Weekend, che diffondono i principi della metodologia Lean in tutto il mondo.
Addirittura le grandi aziende stanno iniziando ad avvicinarsi a tale approccio, come Steve Blank racconta nel suo articolo, citando l’esempio della General Electric e della sua Divisione Energy Storage, che ha lanciato la sua ultima batteria applicando la metodologia Lean. Il direttore generale della Divisione, Prescott Logan, si è infatti impegnato a parlare con i propri clienti prima di lanciare la nuova batteria sul mercato, apportando modifiche ai piani sulla base dei feedback ricevuti e lanciando il nuovo prodotto sul mercato nel 2012 con un investimento di 100 milioni di dollari: il risultato è stato un enorme successo sul mercato, tanto che GE ha già una serie di ordini in arretrato che si sta affrettando a soddisfare.

Nel proprio articolo Blank afferma che la diffusione delle metodologie Lean consente di ridurre le probabilità di fallimento delle startup: ciò significa creare nuovi posti di lavoro che possano sostituire quelli eliminati dalle grandi aziende esistenti, dando nuova spinta all’economia globale e facendo un passo avanti verso l’uscita dalla crisi economica.
Per rafforzare la propria tesi, Blank parte dall’elencazione dei cinque fattori che limitano la crescita delle startup oltre al rischio di fallimento:

  1. Costi troppi elevati, sia per raggiungere i primi clienti che per risollevarsi in caso di difetti e problemi del prodotto.
  2. Cicli di sviluppo tecnologico troppo lunghi.
  3. Numero limitato di persone disposte ad assumersi il rischio di fondare una startup o di lavorare al suo interno.
  4. L’attuale struttura del settore del capitale di rischio, in cui poche imprese sono cosrette ad investire grosse somme di denaro in un portafogli di startup per avere la possibilità di ritorni significativi.
  5. La concentrazione delle competenze in materia di startup, problema molto diffuso soprattutto negli Stati Uniti (vedi Silicon Valley), ma presente in minor misura anche in Europa e nel resto del mondo.

Secondo Blank, l’approccio Lean è in grado di ridurre innazitutto primi due vincoli: le imprese che interagiscono con i propri clienti hanno a disposizione dei feedback per mettere sul mercato un prodotto più adatto ai loro bisogni, e i cicli di sviluppo fondati sull’iterazione e i pivot sono più rapidi ed economici rispetto a quelli basati sui sistemi tradizionali. Ne consegue la riduzione del rischio connesso alla creazione di nuove startup, quindi diminuisce anche la rilevanza del terzo vincolo.

Sono anche altre le tendenze attuali che aumentano la disponibilità ad investire nella creazione di nuove startup: prima di tutto la diffusione di software open source e servizi cloud, che non costringono più le aziende a dotarsi di stabilimenti propri per la produzione di prodotti hardware.
In secondo luogo, si assiste ad un’importante tendenza di decentramento riguardo al sistema di accesso ai finanziamenti: l’ecosistema attuale vede la nascita di business angel e venture capital ovunque, non occorre più stabilirsi nella Silicon Valley per ottenere un finanziamento per la propria startup.
Altro vantaggio rilevante per le nuove imprese è l’immediata disponibilità delle informazioni cui oggi si può avere accesso grazie a internet: non è più necessario organizzare incontri formali con gli investitori per poter parlare con loro.

La conclusione di Blank è che questo sia il momento più adatto a fondare una propria startup, e che la metodologia Lean sia quella migliore da applicare. Il suo post si conclude infatti con l’invito a leggere il suo articolo che sarà disponibile gratuitamente sul sito della Harvard Business Review per un mese: “Go read it … Then go to do it“.

Napoli, 19/04/2013

Opportunità di finanziamento per le imprese campane: il Fondo Jeremie

Jeremie è l’acronimo che sta ad indicare il fondo Joint Europe Resources for Micro to Medium Enterprises, nato su iniziativa della Commissione Europea e sviluppato in collaborazione con il Fondo Europeo per gli Investimenti per facilitare l’accesso al credito delle Piccole e Medie Europee nelle aree di riferimento. E’ importante specificare subito che il Fondo non viene erogato direttamente alle imprese, ma passa attraverso una serie di partner identificati tra gli intrmediari finanziari delle varie aree cui il fondo è destinato.
Si tratta di uno strumento di finanziamento esistente già da alcuni anni, che in Campania ha messo a disposizione negli ultimi due anni circa 18 milioni di euro e per il quale è stata aperta una nuova Manifestazione di Interesse dal 5 al 30 aprile 2013 destinata agli intermediari finanziari che da qui al 2015 vogliano diventare partner di Jeremie Campania. L’Europa prevede quindi di destinare nuove risorse al fondo, per cui è interessane capirne i meccanismi di funzionamento e le modalità di accesso.

Prima di tutto è possibile individuare una caratteristica imprescindibile per le imprese che intendono beneficiare del Fondo Jeremie: la scelta di effettuare nuovi investimenti che promuovano l’innovazione e lo sviluppo del tessuto economico di riferimento. Si tratta quindi di imprese che potremmo definire virtuose, nel senso che operano nel rispetto di criteri di sostenibilità economica e ambientale.
Tale aspetto è ancora più evidente per il Fondo Jeremie Campania, come deducibile dal fatto che nella Manifestazione di Interesse cui si è fatto cenno i settori prioritari di intervento previsti sono ICT, artigianato, attività culturali, servizi per il benessere e la cura della persona.

Gli obiettivi del Fondo dichiarati a livello comunitario specificano che esso è destinato sia alla creazione di nuove imprese che all’espansione di imprese già esistenti, e che gli investimenti possono avere le seguenti finalità:

  • modernizzare e diversificare le attività, sviluppare nuovi prodotti, assicurare e ampliare l’accesso al mercato;
  • finanziare la ricerca e lo sviluppo orientati al trasferimento di tecnologie, innovazione e imprenditorialità;
  • perseguire la modernizzazione tecnologica delle strutture produttive per poter raggiungere gli obiettivi delle economie a bassa emissione di anidride carbonica;
  • creazione e salvaguardia di posti di lavoro sostenibili.

Il Fondo Jeremie Campania è destinato in particolare a micro, piccole e medie imprese con sede legale e/o unità produttiva nel territorio regionale (requisito fondamentale che dovrà essere mantenuto per tutta la durata del finanziamento), anche in forma cooperativa e in consorzi, operanti nell’indstria, nell’artigianato, nel commercio, nel turismo e nei servizi con particolare riferimento ai seguenti settori:

  • tecnologie informatiche;
  • automotive;
  • biotecnologie;
  • aerospaziale;
  • agro-alimentare;
  • risparmio energetico ed energie rinnovabili.

In Campania, i partner dell’iniziativa sono Banca del Mezzogiorno – Mediocredito Centrale e Banca Unicredit. Il meccanismo di finanziamento è un mutuo per cifre da 10.000 a 1.500.000 € per ciascuna impresa, della durata massima di 8 anni (elevabili a 10), di cui una quota del 45% a tasso zero, e il restante 55% a tasso variabile.
Riguardo alle attività finanziabili, tra esse rientrano costi e immobilizzazioni materiali e immateriali, incremento del capitale circolante per sviluppo dell’attività e fabbisogni di gestione e spese relative al puro capitale circolante, che siano finalizzate allo stabilimento, al rafforzamento, all’espansione, ad attività di business nuova o esistente delle PMI del territorio.
Le domande devono essere presentate presso le Sedi Unicredit (l’elenco è disponibile qui), fino ad esaurimento fondi, e dovranno essere corredate di una serie di documenti tra cui un Business Plan che descriva il piano progettuale dell’impresa.

Per maggiori informazioni:

Napoli, 18/04/2013

Italia al 50° posto nella classifica del “Global Information Technology Report”

Il World Economic Forum ha presentato ieri a Ginevra il “Global Information Technology Report – Growth and Jobs in a Hyperconnected World” per il 2013, il documento che analizza l’impatto e l’influenza dell’ICT sullo sviluppo dell’economia e del mercato del lavoro nel mondo.
Il Report prende in considerazione 144 Paesi in tutto il mondo, analizzandoli sulla base di 54 parametri (tra cui la penetrazione di Internet, la diffusione degli smartphone e la disponibilità di capitali in denaro) e si propone come lo strumento più affidabile per l’analisi del fenomeno in questione.

Le conclusioni del Report confermano ancora una volta il ruolo preponderante che l’economia digitale e l’innovazione tecnologica assumono oggi nello sviluppo globale. Il documento evidenzia che, soltanto negli ultimi due anni, lo sviluppo dell’economia digitale nel mondo ha portato ad una crescita in termini di PIL mondiale di 193 milioni di dollari, con la creazione di 6 milioni di nuovi posti di lavoro: secondo i dati, un aumento pari al 10% dell’indice calcolato dal Global Information Technology Report è in grado di portare ad una crescita del PIL pari allo 0,75% e ad una diminuzione dell’indice di disoccupazione dell’1,02%.

La raccomandazione che ne deriva è ancora una volta quella di aumentare gli investimenti nel settore, impegnandosi su più fronti: aumentare la diffusione delle nuove tecnologie, migliorare le condizioni delle imprese, assicurarsi che gli investimenti nel settore digitale e nelle comunicazioni siano il più possibile coerenti e coordinati ma, al contempo, indipendenti dalle strutture governative.

Riguardo alla classifica, l’ultima pubblicazione vede il predominio dei paesi scandinavi, con la Finlandia al primo posto e la Svezia al terzo, mentre il secondo posto è occupato da Singapore. Nella top ten, ritroviamo gli Stati Uniti al nono posto e Taiwan al decimo, mentre le posizioni intermedie sono occupate tutte da paesi europei (nell’ordine: Paesi Bassi, Norvegia, Svizzera, UK, Danimarca).
Ciò nonostante, anche il report del World Economic Forum, come già accaduto qualche settimana fa con l’Innovation Union Scoreboard della Commissione Europea, evidenzia per i Paesi Europei uno sviluppo dell’economia digitale a due velocità, con un forte gap tra economie del nord ed economie del sud: per trovare il Portogallo e la Spagna, ad esempio, bisogna scorrere l’elenco verso il basso fino ad arrivare rispettivamente al 33° e 38° posto.

Ancora più giù ritroviamo l’Italia che, purtroppo, si classifica soltanto al 50° posto, con un indice di 4,18. Ciò mette in evidenza un preoccupante stato di arretratezza nella capacità di sfruttare le grandi potenzialità delle ICT: ciò dimostra che gli sforzi degli ultimi mesi, come l’Agenda Digitale o il Decreto Startup, non sono ancora abbastanza per far decollare lo sviluppo digitale del nostro paese.

Per visualizzare il Report completo: http://www3.weforum.org/docs/WEF_GITR_Report_2013.pdf

Napoli, 12 aprile 2013

Approfondimento: Incentivi fiscali per investimenti in startup

Negli ultimi mesi ha rivestito grossa importanza nel quadro di produzione normativa italiano il tema del sostegno alla crescita delle piccole e medie imprese, soprattutto quelle in fase di start up.
In particolare, il tema delle incentivazioni fiscali all’investimento in capitale di rischio in PMI, si inserisce il DM del 21 dicembre 2012, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 28 febbraio, attraverso il quale il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha definito le regole per l’attuazione dell’art. 31 del DL 98/2011 sugli “Interventi per favorire l’afflusso di capitale di rischio verso le nuove imprese“.
Gli incentivi consistono nella detassazione dei proventi derivanti da investimenti in capitale di rischio in PMI attraverso i Fondi per il Venture Capital (FVC), allo scopo di incentivare tale tipologia di investimenti sul territorio italiano per contribuire alla crescita e allo sviluppo del tessuto imprenditoriale nazionale: i proventi dei Fondi, oltre a non essere soggetti a tassazione, non concorrono a formare il reddito imponibile.
Bisogna però analizzare la normativa per identificare la tipologia di imprese nel cui capitale di rischio devono essere indirizzati gli investimenti e le caratteristiche e requisiti dei Fondi di Venture Capital ammessi a beneficiare delle agevolazioni previste.

Dalla lettura dell’art. 31 del DL 98/2011 si ricava che, per beneficiare degli sgravi, bisogna che l’investimento sia effettuato in capitale di rischio di piccole e medie imprese non quotate in Borsa che si trovino nelle fasi iniziali della propria vita imprenditoriale: devono essere imprese esistenti da non più di 3 anni.
Le imprese in questione devono inoltre avere almeno una sede operativa sul territorio italiano, essere soggette a IRES o imposta equivalente e avere un fatturato non superiore ai 50 milioni di euro.
Inoltre, la legge prevede che le quote dell’impresa, al momento dell’investimento da parte del Fondo, siano detenute per una percentuale pari ad almeno il 51% da persone fisiche: la precisazione sembra lasciare aperta la possibilità che, in seguito, il Fondo possa acquisire la maggioranza delle quote dell’impresa. Da sottolineare che la normativa prevista dal Decreto lascia al Fondo il compito di verificare l’esistenza di tale soglia minima prima di procedere all’investimento.

Il Decreto del Ministero pubblicato lo scorso febbraio definisce i FVC come organismi di investimento collettivo del risparmio, e stabilisce le condizioni che il Fondo deve rispettare per avere accesso al regime di incentivazione. Innanzitutto, almeno il 75% del totale degli attivi deve essere investito nel capitale di rischio di piccole e medie imprese (secondo l’accezione comunitaria) che presentino i requisiti sopraindicati, in secondo luogo gli investimenti nelle singole società dovranno essere inferiori a 2,5 milioni di euro. Per tali investimenti si stabilisce una durata non superiore i 12 mesi, ma sono possibili investimenti di portata finanziaria maggiore qualora sia previsto un arco temporale più lungo. Da notare, infine, che tra i soggetti che possono entrare a far parte dei Fondi di Venture Capital sono annoverati solo i cosiddetti “investitori professionali” (come definiti dalla direttiva 2004/39/CE), o comunque coloro che garantiscano investimenti per un importo non inferiore ai 100.000 euro.

Resta da vedere come questa disciplina andrà ad integrarsi con le previsioni di legge previste per le start up innovative contenute nel Decreto Sviluppo bis (per cui non è ancora stata emanata la legge d’attuazione): l’art. 29 del Decreto, convertito dalla legge 221/2012, è infatti dedicato agli “Incentivi all’investimento in start up innovative” e prevede delle agevolazioni fiscali per il triennio 2013-2015.
Ricordiamo che tale disposizione prevede una detrazione Irpef pari al 19% sulle somme investite in start up innovative. L’importo massimo detraibile è di 500.000 euro per ciascun periodo d’imposta e l’investimento deve essere mantenuto per almeno due anni.
In caso di investimento da parte di una società, inoltre, il 20% della somma investita non concorre alla formazione del reddito di impresa, anche qui a fronte di investimenti della durata di almeno due anni per un importo investito massimo pari a 1,8 milioni di euro.
Sono previste inoltre percentuali più elevate per investimenti effettuati in start up a vocazione sociale e per quelle operanti nel settore energetico: in questo caso, la detrazione per le persone fisiche passa dal 19% al 25%, e la deduzione per le società dal 20% al 27%.
Al legislatore, quindi, è affidato il compito di integrare le disposizioni per completare il quadro normativo in materia di start up.

Napoli, 09/04/2013

Nuove opportunità per le Startup: Seedlab 2013

È iniziata la seconda edizione di Seedlab, progetto di formazione e pre-incubazione dedicato a giovani imprenditori con idee innovative e in cerca di supporto formativo, finanziario ed organizzativo. Tra tutti coloro che parteciperanno, saranno scelte le 20 migliori start up per le quali Seedlab fornirà oltre 1,5 milioni di euro investiti in capitale, competenze e la possibilità di volare in Silicon Valley.
Gli aspiranti imprenditori devono presentare la propria candidatura entro il 31 marzo 2013, iscrivendosi al bando sul sito www.seedlab.com, nella sezione “Apply Now”.
I settori previsti dal Bando sono i seguenti:  Agroalimentare, Nuovi materiali, Tecnologie pulite, Scienze della vita, Informatica hardware, Meccanica e Robotica, Telecomunicazioni, Web-digitale-nuovi media, Informatica software.

SeedLab è il programma imprenditoriale realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze, la Syracuse University in Florence, la Scuola Superiore di Studi Universitari Sant’Anna di Pisa, la Mib School of Management di Trieste che fornisce micro-seed di finanziamento, formazione manageriale e mentorship per aiutare promettenti start up a diventare aziende di successo. Il programma consiste in un percorso intensivo suddiviso in due moduli, con lo scopo di aiutare gli innovatori con una buona tecnologia o idea imprenditoriale nello sviluppo di un business model solido e credibile, nella costruzione di un valido team imprenditoriale e nella creazione di un network industriale di finanziatori in grado di implementare concretamente l’impresa.
La partecipazione delle idee selezionate è finanziata da TTVenture, il primo fondo italiano di seed e venture capital per il trasferimento tecnologico e da Nest Investimenti.

A dimostrazione della validità del progetto, alcune delle startup vincitrici della prima edizione stanno già facendo strada: Linkpass, già vincitori di “Vulcanica-Mente: dal talento all’impresa“, una app per smarthphone in grado di connettere espositori e visitatori di fiere commerciali sulla base di algoritmi complessi, ha ricevuto 1 milione di euro di finanziamento dal fondo Vertis Venture.  Milkyway, di Jacopo Vigna di Modena – un innovativo market place per gli sport estremi – è attualmente in negoziazione con due investitori istituzionali e lo stesso vale per  WIB – Warehouse In a Box di Nino Lo Iacono, giovane innovatore di Enna che ha creato un distributore automatico evoluto che, fra le altre cose, consegna i prodotti all’interno di una borsa per la spesa e consente, secondo l’ideatore, di aumentare l’efficienza di rifornimento e ridurre le perdite legate alla merce “out-of-stock”; mentre SME Plus, un layer multi-touch per schermi flessibili, sta cercando fortuna negli Usa, dove ha iniziato un round di fund raising con alcuni partner locali di Seedlab.

 
Fonte: http://www.lastampa.it/2013/03/18/blogs/start-me-up/nuove-opportunita-da-seedlab-e-ideopoli-C5enF5bqsNpStc04y3bq6O/pagina.html

Napoli, 20 marzo 2013

 

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